Scuolagenitori's Blog

Un sito dei genitori per i genitori

Gli esperti rispondono alle vostre domande!!

 

Domanda numero 1

 Caro direttore,

sono una mamma di 44 anni ed ho due figli, uno di 15 anni e una bambina di 10 anni. Secondo lei la televisione – loro ne guardano abbastanza, ma non troppo – che ruolo ha nel dirigere le scelte di acquisto di questi ragazzi ma anche di noi genitori? Noto infatti, quando vado in giro con i miei figli, che loro si dirigono spesso verso prodotti che hanno visto in modo martellante in televisione. Ed io non so come dirgli di no. Come mi devo comportare?

Marina R.

Risposta di Paola Cosolo Marangon, consulente pedagogica

Gentile Signora Marina,molto spesso i genitori si sentono in qualche modo sotto scacco di fronte alla pervasività dei media. Come lei ricorda, il meccanismo pubblicitario è martellante,ripetitivo, spesso suadente e fortemente pervasivo. Sono elementi che creano una sorta di “lavaggio del cervello”. Di fatto, la pubblicità si insinua nella testa delle persone, perché l’importante per il pubblicitario è riuscire a generare l’idea di avere assoluto bisogno del prodotto che viene proposto. Creare questa necessità significa lavorare su meccanismi molto sottili: i ragazzi che “contano” devono assolutamente possedere determinate cose : dai capi d’abbigliamento agli oggetti personali, dal cellulare allo zainetto, dalle scarpette da ginnastica al lettore musicale. Ma anche sotto il profilo alimentare non andiamo troppo lontano. Più che pensare se un alimento piace, arriva alla mente l’input legato a chi ha promosso quello stesso alimento. Nasce così la figura del testimonial. Solo per fare un esempio, pensi al mondo dello sport: le eccellenze sportive italiane , dalla scherma al nuoto all’atletica leggera hanno come alimento comune una certa merendina. E non solo mangiano loro quella merendina, la fanno mangiare ai loro figli: questo è il massimo, con un colpo solo si catturano figli e genitori. Magari la merendina non è buona, ma se la mangia il mio eroe….

Che fare? Siccome non è pensabile oscurare le reti e impedire di guardare la pubblicità, sarà importante capirne i meccanismi e aiutare i figli a decodificarli mettendo regole chiare e sostenibili.

Sulla questione del non saper dire di no… beh, non dobbiamo cedere a tutte le richieste, ma valutare noi per primi se ciò che viene chiesto è importante per i nostri figli, oppure no. Mantenere questa linea, aiuta noi e loro nella nostra relazione educativa. I figli chiedono paletti e divieti, è un modo anche questo per testare la nostra “tenuta” di adulti educatori.

Domanda numero 2 

Caro direttore,

sono un papà di 52 anni. Mi sono sposato che avevo 36 anni ed ho un figlio di 15 anni che va a scuola, al liceo e che ha buoni voti. Io a casa ci sono poco, purtroppo, per il lavoro che mi porta in giro per l’Italia. Ma quando nei fine settimana sono a casa mi accorgo che lui passa troppe ore davanti al computer chiuso nella sua stanzetta. Come posso riaprire con lui quel dialogo che avevamo insieme quando lui era più piccolo? E che in questi ultimi anni abbiamo, purtroppo, smarrito? Mi moglie, durante la settimana, tenta di distoglierlo da internet, ma con scarsi risultati. Possibile che questi ragazzi debbano vivere incollati al computer? Cosa possiamo fare come genitori per non perderli?

Gianni T.

Risposta di Daniele Novara, pedagogista

Caro Gianni, è davvero una brutta sensazione quella che sta vivendo. Non penso sia solo per il computer. A 15 anni qualsiasi figlio cerca di staccarsi e andare per la sua strada senza tanti riguardi per i “poveri” genitori, sempre più visti come una specie di fardello dell’infanzia.  Si tratta di un bisogno legittimo e va rispettato. Più o meno tutti ci siamo passati. La vita fa il suo giro, fortunatamente. Ma lei non è preoccupato in generale, ma perché si chiude in camera col suo computer, quasi fosse fidanzato con questo magico video schermo, quasi fosse rapito, defraudato della vita reale.

In effetti le conoscenze che abbiamo oggi sulla dipendenza da videoschermi  sono piuttosto precise e preoccupanti. Specialmente la ricerca condotta dagli Psicologi della University of Pittsburgh – School of Medicine che ha seguito per 7 anni circa 4000 adolescenti scoprendo che i ragazzi sovraesposti ai media tecnologici sviluppano in una percentuale superiore alla media i sintomi legati alla depressione. Anche in Germania Manfred  Spitzer sta studiando il fenomeno rilevando che per molti bambini il tempo dedicato ai videoschermi è secondo solo al tempo dedicato al sonno e supera ormai il tempo della scuola. I videoschermi sottraggono tempo alle esperienze vitali di tipo sensoriale, come le relazioni sociali dirette, il confronto con gli ambienti naturali, l’utilizzo delle proprie competenze motorie, la perdita progressiva di importanti alfabetizzazioni quali la lettura. Cosa fare?

  1. Tutti concordano sulla necessità di impedire  che lo schermo sia collocato nella stanza dove dorme il figlio/a, per evitare eccessi di segretezza, fenomeni di insonnia e di  perdita di concentrazione scolastica. Meglio lasciare computer e tv in zone della casa di pubblico dominio.
  2. Concordare con i figli regole chiare nell’uso, sia come modalità che come tempi per evitare fenomeni di ridondanza e dipendenza.
  3. Come genitori, attrezzarsi sul piano della conoscenza digitale per evitare di subire le maggiori competenze dei cosiddetti nativi digitali, ossia dei più piccoli più esperti su queste nuove tecnologie.

L’ eccesso di schermi nella vita dei nostri ragazzi è un fenomeno nuovo per l’attuale generazione dei genitori. Una sfida da raccogliere per essere educatori che affrontano il loro ruolo con coraggio e fermezza.

Domanda numero 3 

 Caro direttore,

siamo due genitori molto giovani. Ci siamo spostati a vent’anni ed abbiamo due figli di 8 e 6 anni. Viviamo con un solo stipendio, siamo felici ma ogni mese dobbiamo fare i salti mortali per arrivare a pagare tutto. I nostri bambini si guardano intorno (scuola, tempo libero) e non possono non notare che tanti loro compagni hanno più di loro, come vestiti, scarpe, accessori, telefonini, svago, vacanze. Il maggiore di otto anni ultimamente, dopo l’ennesimo no, ha voluto farcelo notare e noi purtroppo non abbiamo trovato le parole adatte ad un bambino per spiegargli che la felicità non consiste solo nell’avere. Ci può aiutare con qualche consiglio?

Giulia e Mario P. 

 Risposta di Pierpaolo Triani, docente universitario dell’Università Cattolica

Gentili Giulia e Mario, ci sono temi che ad ogni età facciamo fatica a spiegare, perché il loro significato non riesce a stare dentro le semplici parole. Per rispondere a certe domande basti pensare al funzionamento, per rispondere ad altre basta il ragionamento, per altre ancora – quelle che ci toccano la vita in profondità – la strada è più lunga. Che la felicità non consista solo nell’avere è un valore antico che ci viene tramandato da tutte le culture, ma che facciamo fatica anche noi adulti, spesso, a riconoscere fino in fondo, in particolare oggi che la possibilità del possesso delle cose si è ampliato.

La questione che voi ponete, cari Giulia e Mario, con grande sensibilità educativa, riguarda dunque l’educazione di un valore; non in astratto però, bensì nel concreto della quotidianità. La parola chiave che dalla vostra lettera vorrei sottolineare è accompagnamento. E’ molto importante che i bambini si sentano accompagnati nelle loro fatiche (come quella di avere meno cose) attraverso una relazione che consenta loro di esprimere i propri bisogni, la propria frustrazioni; che permetta loro di sentirsi ascoltati. E’ a partire dall’accoglienza della fatica che il bambino vive che noi adulti possiamo mostrare la sostenibilità dei valori che proponiamo ed insieme la loro forza. E’ molto importante che si sentano accompagnati da una cerchia di amici dove sperimentare la gratuità del divertirsi e crescere insieme. E’ infine decisivo che voi stessi, in quanto genitori vi sentiate accompagnati! Non è sufficiente che, con tenacia e amore educhiate i vostri bambini alla sobrietà, se altri adulti non fanno altrettanto. Vi ringraziamo quindi per questa lettera che diventa un impegno per tutti noi.

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29/03/2011 - Posted by | Libri e articoli, Scuola

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